Chi sono (e chi me l’ha fatto fare)

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C’è un posto, a ogni sfilata, largo poco più di un tappetino, dove una ventina di fotografi si contende lo stesso metro quadro a colpi di gomito. Lo chiamano photo pit. Si entra che è ancora buio, si aspetta per ore, e quando finalmente le luci si accendono hai tre minuti per non sbagliare niente. Io, in quel posto, ci vivo da più di vent’anni.

Non era previsto. Ero a Londra a fare postproduzione per le sfilate, chiuso in una stanza a sistemare gli scatti degli altri, quando una mattina il mio capo si svegliò con il mal di pancia. Mi mise in mano una cassa di attrezzatura e mi disse soltanto: vai tu. Mi ritrovai nel pit senza sapere bene come, e ne uscii avendo fatto, con tutta l’umiltà del caso, un lavoro migliore del suo. Quella cassa non l’ho più restituita.

La scintilla, in realtà, era arrivata molto prima. Davanti a una foto su Vogue. L’avevo guardata e avevo capito, con una certezza che non avevo mai provato per nient’altro, che volevo essere io a farle, quelle fotografie.

Oggi le sfilate le fotografo per Getty Images. Dalla passerella di Gucci a quella di Valentino, da Milano a Parigi a qualunque città abbia un pit in cui litigare per il posto giusto. Oltre 140.000 immagini pubblicate, un monopiede che ormai considero un arto, e gli stessi colleghi di sempre: gente con cui ti saluti, scherzi e nello stesso istante ti contendi venti centimetri di riser, il tutto nella più sincera cordialità. Poi le luci calano e per quei tre minuti non esiste più nessun altro. Le foto partono mentre ancora scatto, dalla macchina all’editor dall’altra parte del mondo, in tempo reale.

Finita una sfilata si corre alla successiva, e poi a un’altra ancora, fino a sera. Il resto del lavoro arriva di notte, a casa, davanti al computer: le immagini da chiudere, il silenzio dopo il frastuono, e quasi sempre le due passate. La mattina dopo si ricomincia. Questo mestiere mi ha portato in posti che non avrei mai visto, e per quello gli perdono parecchio. Mi ha anche fatto passare metà della vita in coda ad aspettare, e quella è la parte che nelle foto non si vede mai: dietro l’eleganza c’è un lavoro durissimo, molto più di quanto sembri da fuori.

Vivo a Milano, ho poco meno di cinquant’anni e una famiglia che mi sopporta con pazienza. Questo diario, va detto, l’ho aperto per dare un po’ di visibilità al mio sito. Solo che più lo scrivo, più mi accorgo di avergli affidato anche un altro compito. La mia faccia dice «non disturbare». Si sbaglia: sono molto più socievole di quanto prometta. E magari, tra una levataccia e l’altra, qui dentro lo si vede.

Ecco chi me l’ha fatto fare. Ogni volta.

Pietro D’Aprano
La faccia in questione.

Le foto venute bene le trovi su pietrodaprano.com. Le levatacce e tutto quello che resta fuori dall’inquadratura, su Instagram @pietro_daprano.

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